Una lettura della cacciata dall’Eden originale e non punitiva la trovo in Erri De Luca, «E disse», Feltrinelli 2011, pp. 40 ss.
Eva, Havà, fa il giusto movimento, dal basso verso l’alto, di spiccare il frutto della conoscenza.
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L’effetto di quella prima conoscenza è una espansione delle percezioni: «E si spalancarono gli occhi di loro due». Lei e Adàm scoprono di essere nudi. Nessun animale sa di esserlo. Da un’ora all’altra loro due non appartengono più al resto delle altre specie viventi. Sono diventati una variante, la novità che aggiunge.
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E che non siano punitive le frasi della divinità si trova scritto subito: «E fece Iod Elohìm per Adàm e per la sua donna tuniche di pelle e li coprì»: il gesto più affettuoso e premuroso, principio di corredo.
La mia opinione è diversa. La scena dell’Eden è un gioco teatrale in cui Dio, come Zeus nella scena del sacrificio con Prometeo ed Epimeteo, nella Teogonia, si lascia ingannare volontariamente, con una consapevolezza piena d’amore che pure non vela le conseguenze punitive, veri e propri peggioramenti della qualità di vita: lavorare, partorire con dolore, il dna dolente del mestiere di vivere. È certo un teatro, quello del greco e quello della Bibbia, che spiega insieme la storia e la pre-storia: ma la premialità della conquista del frutto proibito è secondo me, nella lettura di De Luca, totalmente interpolata.