peli superflui (e unghie)

10 giugno 2011

11 et videris in numero captivorum mulierem pulchram, et adamaveris eam, voluerisque habere uxorem,

12 introduces eam in domum tuam: quæ radet cæsariem, et circumcidet ungues,

13 et deponet vestem, in qua capta est: sedensque in domo tua, flebit patrem et matrem suam uno mense: et postea intrabis ad eam, dormiesque cum illa, et erit uxor tua.

14 Si autem postea non sederit animo tuo, dimittes eam liberam, nec vendere poteris pecunia, nec opprimere per potentiam: quia humiliasti eam.

caesaries, capelli fluenti, chioma.

Innocenzo III, p. 95 et tamquam mulieris captivae dresecat ungues, pilosque superfluos,ut ab aliena superfluitate mundata, thalamum veritatis degna sit introire (Deut. XXI).

 

se vedrai tra i prigionieri una donna bella d’aspetto e ti sentirai legato a lei tanto da volerla prendere in moglie, te la condurrai a casa. Ella si raderà il capo, si taglierà le unghie, si leverà la veste che portava quando fu presa, dimorerà in casa tua e piangerà suo padre e sua madre per un mese intero; dopo, potrai unirti a lei  e comportarti da marito verso di lei e sarà tua moglie. Deut 21, 11-13


Maschile e femminile nella Bibbia

 

fecondità: Gn 29 31 ss. Lia diviene feconda e Rachele sterile (sono le due sorelle mogli di Giacobbe). Va detto che Dio rende feconda Lia perché Giacobbe la trascurava (in modo da renderla preferibile a Rachele), e va detto che Giacobbe trascurava Lia perché gli era stata data in moglie con l’inganno. Nella notte della festa nuziale, Làbano introdusse nella tenda di Giacobbe Lia anziché la sposa prescelta Rachele. Solo la mattina Giacobbe si accorse dello scambio. Làbano si giustifica facendo riferimento alle prescrizioni consuetudinarie – va sposa prima la maggiore, poi la minore – e offre a Giacobbe di sposare anche Rachele, dopo una settimana di nozze con Lia, e al costo di altri sette anni di servaggio. In Gn 29 e 30 è la storia della competizione fra Rachele e Lia per Giacobbe, combattuta a colpi di figli provenienti dal corpo loro e da quello delle loro schiave, offerte a Giacobbe.

 

Il corpo dello schiavo è un prolungamento dell’identità personale.

Off topic.

2 giugno 2011

Eva non punita

30 maggio 2011

Una lettura della cacciata dall’Eden originale e non punitiva la trovo in Erri De Luca, «E disse», Feltrinelli 2011, pp. 40 ss.

Eva, Havà, fa il giusto movimento, dal basso verso l’alto, di spiccare il frutto della conoscenza.

(…)

L’effetto di quella prima conoscenza è una espansione delle percezioni: «E si spalancarono gli occhi di loro due». Lei e Adàm scoprono di essere nudi. Nessun animale sa di esserlo. Da un’ora all’altra loro due non appartengono più al resto delle altre specie viventi. Sono diventati una variante, la novità che aggiunge.

(…)

E che non siano punitive le frasi della divinità si trova scritto subito: «E fece Iod Elohìm per Adàm e per la sua donna tuniche di pelle e li coprì»: il gesto più affettuoso e premuroso, principio di corredo.

La mia opinione è diversa. La scena dell’Eden è un gioco teatrale in cui Dio, come Zeus nella scena del sacrificio con Prometeo ed Epimeteo, nella Teogonia, si lascia ingannare volontariamente, con una consapevolezza piena d’amore che pure non vela le conseguenze punitive, veri e propri peggioramenti della qualità di vita: lavorare, partorire con dolore, il dna dolente del mestiere di vivere. È certo un teatro, quello del greco e quello della Bibbia, che spiega insieme la storia e la pre-storia: ma la premialità della conquista del frutto proibito è secondo me, nella lettura di De Luca, totalmente interpolata.

i giusti di Sodoma

29 ottobre 2009

Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». RIspose il Signore: «Se a Sodoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo». Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque». Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Riprese: «Non si adiri il mio signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci».

Come ebbe finito di parlare con Abramo, il Signore se ne andò e Abramo ritornò nella sua abitazione.

Genesi 18, 23-33

Mi interessa l’inizio della dialettica, la trattativa col Dio, la sfrontatezza in vista del fine, e il porre la divinità di fronte alle barriere universali della logica: Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?

Incantevole è l’idea stessa di una sorta di numero di Avogadro dei giusti: quanti giusti servono perché la città abbia in sé della giustezza? Quanti giusti salvano? Chissà perché, viene in mente il momento della storia repubblicana in cui all’azione del governo risultarono indispensabili i senatori a vita, anziani, a volte influenzati, recuperati a casa da trafelate auto blu e scaraventati negli scranni a votare, a far pendere da una parte il bilancino da orefice delle regole democratiche.

Il cielo oggi è grigio, ominoso: chissà che il decimo giusto della mia città non giaccia a letto, negli ultimi momenti di vita. Chissà che il numero dei giusti non stia per crollare sotto la divina linea del non sufficiente.

(Epperò mi chiedo: ma non c’erano bambini, a Sodoma? Secondo me un bambino vale almeno due giusti).

Babele.

20 luglio 2009

Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra.

Poco dopo leggo «Il Signore li disperse di là su tutta la terra». Un tentativo di unificazione – per non disperderci – risulta in una dispersione. Il progetto «Facciamoci un nome» corrisponde a un modo di dire, a una frase fatta; si tratta però del libro dove tutto si nomina, Genesi, e ‘farsi un nome’ da sé non può non essere un’empietà. Il Signore sta per rinominare Abram e Sarai. Mangiare dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male non significa avere il potere del Nome.

«Farsi un nome» e perdere i nomi, smarrirli in migliaia di lessici diversi.

M.C.Escher

M.C.Escher

Mi segnala Osea, che commenta questo blog con saggezza, che la storia di Babele va interpretata in modo creativo: Dio desidera diversificare le lingue, e il suo intervento certifica che le diverse lingue, opera di Dio, sono cosa buona. E anche questa è una storia.

Il problema della lingua (di per sé ‘perfetta’, e maiuscola: la Lingua) e delle lingue mi pare legato ai limiti di lettore di una Bibbia in italiano – con la traduzione tedesca di Lutero a fianco, ma privo di conoscenze della Lingua in cui il libro fu vergato. È la chiave di un gioco di specchi in cui la lingua si frantuma nelle lingue, e si scopre che anzi sono le lingue, l’indifferenziato chiacchericcio universale, a costruire la lingua; e parallelamente tutti i racconti dei libri della Bibbia, e tutti i racconti che li tramandano e tutti i racconti che li negano, e tutti gli incomprensibili racconti di cui un giorno conosceremo la lingua, che tutti i libri costituiscano il libro, tà biblìa.

La guerra dei nove re.

19 luglio 2009

Procedimenti epici nel libro della Genesi
Segnali di fuoco da Sinar a Ellasàr, da Ellasàr fino alla base dell’altopiano dell’Elam, e poi su alla reggia di Chedorlaòmer. Fuoco su fuoco nella notte fino a giungere, a conferma, alla stazione posta da Tidal, re di Goìm. Le sentinelle nelle città cantarono; gli eserciti schierati in fretta, i carri da trasporto, i cammelli alla cavezza carichi di armi, mossero verso la valle di Siddìm.
Quattro re contro cinque, a cancellare dalla terra il nome di Bera, Birsa, Sinab, Semeber, Soar. Il Libro sembra avere qui una singolare precisione, ed elenca i quattro re, e poi i cinque, in quello che pare un ordine alfabetico. È la guerra mondiale che segue di due anni la ribellione al potere di Chedorlaòmer, la volontà di semplificare ancora le geografie e i nomi.
Il vecchio sovrano dell’Elam aveva chiamato a raccolta i tributari, e scese nel Mar Morto a riprendersi i propri domini. Le armate dei quattro re «sconfissero i Refaìm ad Astarot-Karnàim, gli Zuzìm ad Am, gli Emìm a Save-Kiriatàim e gli Urriti sulle montagne di Seir fino a El-Paran, che è presso il deserto. Poi mutarono direzione e vennero a En-Mispàt, cioè Kades, e devastarono tutto il territorio degli Amaleciti e anche degli Amorrei che abitavano a Casesòn-Tamar».
Dispiace non avere la cronaca della guerra con gli Urriti, la guerra che dalle montagne di Seir giunse al deserto, allo scontro fatale di El-Paran.
Sei grandi campagne di guerra, che mossero infine i re delle cinque città allo scontro finale nella valle di Siddìm. La battaglia dei figli degli uomini. L’epica di questo enorme scontro non lascia sul rotolo il ricordo di una sola goccia di sangue – e dovettero correrne a fiumi; unico dettaglio, cruciale, l’ignominiosa caduta dei re di Sodoma e Gomorra nei pozzi di bitume che punteggiano il Mar Morto – ed ecco, Sodoma e Gomorra vengono occupate, spogliate di uomini e cibo. I re, sapremo, non vengono passati per le armi.
Prima di questa enorme epica, Abram è descritto nell’atto quieto, santo, consapevole di erigere un altare al Signore alle Querce di Mamre. La storia personale di calce, pietre da squadrare, progetti vergati sul verso di cortecce. Lì a Ebron, alle Querce, giunge un fuggitivo trafelato, a riferire ad Abram che l’immensa storia della guerra dei figli degli uomini lo ha investito: da Sodoma espugnata i vincitori hanno portato via Lot, il figlio di suo fratello.
Abramo ascoltò sotto le querce il racconto del fuggitivo, poi pose lo sguardo sul punto all’orizzonte che confonde la ferita della via carovaniera: immerse in un bacile di sughero le mani bianche del lavoro pio di costruzione e benedizione, e convocò gli uomini.
Mentre venivano scelti i cavalli più veloci, mentre le lance venivano affilate sulle coti, Abram camminava piano intorno all’altare che aveva la stessa forma di quello eretto da Noé. Era scritto che il suo nome piccolo dovesse incidersi nelle cronache della storia grande. Niente sarebbe più rimasto uguale, Abram lo sapeva: neppure il suo nome.

[in seguito all’esito vittorioso della battaglia contro i quattro re, Dio strinse l’alleanza con il novantanovenne Abram e gli diede un nuovo nome: non più Abram ma Abraham, “padre di una moltitudine di nazioni”].

Di seguito il testo della Genesi.

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Il neobove. Una storia del Diluvio

6 luglio 2009

Non è proprio un racconto, ma lo schema di un racconto. In un mondo nuovo dove le lingue sono ancora unite, e il linguaggio e´ unico, sembra naturale che una stessa comunicazione unisca uomini, i pochi che ci sono, e animali.
La storia riguarda un neobove, inedito e estinto bovino frutto della grande attivita´ creativa di Dio nel quinto giorno della creazione. Il neobove in questione (ampio torace, lunghe corna tortili bianche e dorate rivolte in orizzontale ai due lati del capo) è entrato con docilità ed entusiasmo nell´ arca di Noah.
Partecipa da supporter al giustizialismo del Diluvio, e pensa di essere effettivamente, lui e la consorte Neovacca, il prescelto.
Stare nell´Arca è disgustoso. Coppie di babbuini, di pappataci, di mignatte, di zecche; coppie di puzzolenti ovini di ogni sorta; la dolorosa sorte dei due Minolli, inavvertitamente schiacciati a morte dal distratto Mammuth. “Ma tutto sopportare si puo´…”: finalmente l´Ararat, l´asciutto, la promessa di normalità. Infine, l´arca si apre.
Scendendo, il Neobove percepisce le parole di Noah, la sua preghiera al Dio: “il nuovo patto fra gli uomini e Jahve… ti offriro´ un sacrificio…”.
E´ un attimo: la mano dell´anziano patriarca sul possente collo del neobove, la lama del coltello che brilla riflessa nella pozzanghera lasciata dal Diluvio, il dolore.
Il neobove stramazzato a terra celebra il rinnovato patto fra l´uomo e il dio e abbandona la cartografia zoologica. Nel nuovo mondo troveranno posto gli afidi e gli anacondas, i Fennec e gli ornitorinchi, ma non i neobovi.
Una nota ai meccanismi di selezione darwiniana: oltre alle giraffe col collo corto, anche i bóvidi di straordinaria bellezza tendono a non sopravvivere.

Gregorio Magno e Derrida

2 luglio 2009

La prefazione alla mia Bibbia cita San Gregorio Magno:

«Le divine parole crescono con chi le legge».

Mi colpisce molto, questa frase. Il lettore fa l’opera, è un autore. Ed è proprio un auctor, un accrescitore, come mostra crescono. In questo senso svolgo un servizio alla Bibbia, poiché la leggo, e quindi la scrivo.

«lego, ergo scribo»: non sarà cogito ergo sum ma è un primo frutto di questo approccio al Libro.

Uso la nuova traduzione

2 luglio 2009

Ho comprato dalle Paoline di Sassari la Bibbia su cui lavoro per questo progetto. Mi informa il simpatico commesso che c’è una nuova traduzione. La prefazione è del 29 Aprile 2008. Questa cosa della nuova traduzione è interessante, importante. Ci torno dopo.

cosa c’è qui

2 luglio 2009

Poche parole per definire il progetto che sta alla base di questo blog. Intendo appropriarmi della Bibbia come mio sottotesto, e rileggerla a questo scopo, per portarla dentro me e la mia cultura. I risultati di questa lettura, che spero saranno molti e creativi, li metterò qui.